4 libri “vecchi” per imprenditori nuovi (in vacanza)

Un’estate piena di idee… con metodo!

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Adattando un noto refrain di una fortunata serie televisiva: Summer is coming. L’estate è alle porte.

Se anche a te, come a me, durante il tempo libero piace leggere, sono sicuro che ti porterai un paio di libri in vacanza, da sfogliare sotto l’ombrellone o la sera, al b&b, dopo una giornata da turista.

Se, poi, sei un nuovo o aspirante imprenditore o imprenditrice, hai un’idea che ti piacerebbe realizzare e trasformare nel tuo lavoro, allora almeno uno dei libri che hai deciso di leggere durante le ferie potrebbe essere tra quelli che qui sotto ti suggerisco (e se non lo è, lasciati ispirare da questi spunti di lettura).

I 4 titoli che ti segnalo forse li conosci già perché hanno sulle spalle qualche anno di pubblicazione, ma è proprio per questo che li ho scelti. Non voglio infatti consigliarti l’ultimo best-seller di moda sul management, né alcun fenomeno letterario sulle start-up, per il quale l’entusiasmo dura il tempo di una gita al mare. No, questi sono libri che continuano a essere dei punti di riferimento per chiunque desideri mettersi in proprio e se li acquisterai resteranno utili a lungo: li leggerai e li rileggerai in cerca di consigli e suggerimenti per realizzare o gestire al meglio la tua idea o il tuo progetto.

Vediamoli assieme.

Eric Ries, Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo.

riesIl libro di Ries ha portato alla ribalta il fenomeno start-up in tutto il mondo. Benché sia stato pubblicato per la prima volta in inglese nel 2011, il metodo Lean (snello) descritto qui è ancora alla base degli approcci strategici più efficaci alle nuove idee d’impresa (non solo le start-up, ma le nuove idee in generale). In sostanza, questo metodo si fonda su un processo in tre fasi e continuamente iterabile: costruire, misurare, imparare. Ogni nuova idea, affinché funzioni, deve essere sostenibile dal punto di vista economico, il che significa riuscire a trovare la chiave del felice incontro tra essa e la soddisfazione delle esigenze dei clienti. Per arrivare a questo è necessario anzitutto sapere come trasformare la propria idea (che fino a prova contraria resta un’ipotesi non confermata) in un prodotto/servizio che funziona, adattandola e migliorandola alla luce di sperimentazioni mirate sul mercato di riferimento (che forniscono la conferma o la smentita della bontà della nostra idea). Misurare i progressi, definire gli obiettivi e dare le giuste priorità sono alcune delle attività principali necessarie per mettere a punto in modo efficace una configurazione minima del prodotto/servizio, che ci consenta quanto prima di avere delle entrate economiche significative a fronte del minore investimento possibile. Una volta che la lettura ci ha condotti fino a questo punto, ovvero al momento della sostenibilità economica, l’ultima sezione del libro affronta la tematica dello sviluppo e della crescita dell’attività che abbiamo avviato, chiudendo in tal modo la trattazione relativa alla fase di realizzazione dell’idea e introducendoci alle logiche dell’impresa vera e propria.

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Ash Maurya, Pianificazione snella. Come realizzare un piano per una start-up che funziona senza dissipare tutte le risorse.

mauryaSe Eric Ries offre ottimamente un orientamento complessivo su come gestire la nostra idea, il libro di Ash Maurya, del 2012, entra più nello specifico del processo strategico di realizzazione, proponendo uno strumento semplice ma utilissimo: il lean canvas. Si tratta di uno schema asciutto e molto intelligente, composto da 9 sezioni, attraverso il quale potremo strutturare e tenere d’occhio il modello di business della nostra idea, testando al contempo la coerenza intrinseca tra le sue varie parti. Dalla definizione di chi sono i nostri clienti di riferimento, al vantaggio competitivo della nostra idea rispetto tutte le altre simili. Dal capire quali sono i canali ottimali di diffusione, all’identificazione dei rischi. Fino alla formulazione di una proposizione di marketing convincente e così via. Utilizzando correttamente il lean canvas capiremo se la nostra idea risolve davvero un problema esistente o percepito e se il conseguente prodotto/servizio incontra o meno il favore del mercato. Tutto ciò al fine di realizzare una configurazione minima di prodotto/servizio che i nostri clienti apprezzino e dunque acquistino.

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W. Chan Kim e Renée Mauborgne, Strategia Oceano Blu. Vincere senza competere.

kimBenché questo libro, uscito per la prima volta nel 2005, sia rivolto per lo più alle aziende già strutturate, da esso possiamo nondimeno trarre importanti suggerimenti anche per la nostra idea in fase di realizzazione. La metodologia Oceano Blu, infatti, ci aiuterà a individuare quali sono i più significativi vantaggi competitivi contenuti nel nostro prodotto/servizio (che dai due libri precedenti abbiamo imparato a sviluppare in modo strategico, contenendo costi e rischi). Lo scopo di questo libro è di insegnarci a sottrarci il più possibile alle dinamiche della concorrenza diretta (definite Oceano Rosso), trovando piuttosto vie alternative per acquisire, consolidare o allargare la nostra fetta di mercato. Il metodo si fonda su uno schema semplice in 4 elementi, da applicare dopo opportuna valutazione della propria idea e dei concorrenti: eliminare-ridurre-aumentare-creare. Eliminare le parti non funzionali, dispendiose o controproducenti. Ridurre le parti che sono state sovrastimate o sviluppate oltre il necessario. Aumentare le parti sottostimate o poco sviluppate ma il cui incremento può determinare un effetto positivo sul cliente in termini di fiducia, apprezzamento etc. Creare o aggiungere nuove parti o caratteristiche che contribuiscano a una più solida attribuzione di valore all’idea o al prodotto/servizio da parte dei clienti. Alla fine di questo percorso avremo saputo strutturare la nostra attività in modo tale da trovarci, per usare la metafora del libro, in un bel oceano blu, libero il più possibile dagli squali della concorrenza.

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Ben Horowitz, The hard thing about hard things. Building a business when there are no easy answers.

horowitzQuesto è un libro in inglese. Pubblicato nel 2014, non c’è ancora una traduzione italiana, ma è talmente fondamentale che te lo consiglio ugualmente. È una guida per aspiranti CEO scritta da uno dei CEO più di successo degli ultimi 20 anni. Chiunque si definisca CEO (e la tentazione a quanto pare è venuta a tanti, considerando ad esempio quanto possiamo leggere sui profili LinkedIn di molti startupper, che evidentemente confondono il ruolo di founder con quello di CEO) e chiunque sia in procinto di, o aspiri a, avviare la propria attività, grande o piccola che sia, dovrebbe leggere questo libro. Senza fronzoli e senza imbellettature Horowitz parte dalla propria esperienza personale e affronta con lucidità e intelligenza tutti gli aspetti problematici della vita di un imprenditore. Vi troverai consigli illuminanti e molto pratici su come affrontare la comunicazione con i collaboratori o i dipendenti, su come gestire i rapporti con e tra il personale, come assumere, promuovere o licenziare, come guidare l’azienda nei momenti di difficoltà, come prendere decisioni efficaci e molti altri suggerimenti che ti daranno un’idea concreta di cosa significa essere (e non semplicemente fare) un imprenditore. Se l’inglese non ti spaventa, gli aneddoti non mancano e la lettura è assai scorrevole e avvincente.

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…e buona lettura!

A Pordenone “Inventarsi un Lavoro, Oggi”: laboratorio “ibrido” per chi vuole mettersi in proprio

Da fine maggio un mese di formazione teorico-pratica innovativa

Viviamo in un’epoca storica nella quale sempre più il lavoro, oltre che cercarlo, va inventato. Stando alle più recenti analisi sul mercato del lavoro (dati Istat marzo 2018), infatti, se da un lato in Italia si registra un incremento degli occupati (+190mila rispetto a un anno fa), dall’altro l’aumento dei lavoratori dipendenti riguarda esclusivamente contratti a termine (+323mila), soprattutto in settori a basso grado di qualifiche, mentre sono sempre meno gli indeterminati (-52mila). Inoltre, ci sono sempre più persone che perdono il lavoro nella fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, soprattutto donne (-246mila occupati in un anno).
L’aumento dei contratti determinati offre senz’altro una boccata d’aria temporanea, ma non risolve il problema della stabilità sul medio-lungo periodo, costringendo gli assunti a termine a rimettersi in gioco una volta concluso il rapporto di lavoro corrente. È forse per questo che negli ultimi mesi s’inizia a registrare un trend positivo sul lavoro indipendente: nonostante il forte scarto su base annua (-81mila), tra febbraio e marzo di quest’anno, dei 62mila nuovi occupati ben 56mila sono lavoratori autonomi. Tuttavia anche in questo caso permane un clima di incertezza: l’Economic Outlook 2018 (Randstad) ci dice infatti che il 64% dei dipendenti vorrebbe avviare una propria attività, ma rinuncia perché considera troppo alto il rischio di fallimento.

Anche il Friuli Venezia Giulia si allinea a queste tendenze. Dal rapporto 2017 su economia, innovazione e lavoro in Fvg emerge infatti che l’anno scorso la percentuale di contratti indeterminati era del 7,6% sulla forza lavoro attiva, mentre i determinati sfioravano il 46%. Inoltre, sono esplosi i “lavoretti”: i lavoratori cosiddetti intermittenti nel 2017 erano il 6% (con un incremento del 222,6% rispetto al 2016: da 4.400 a 14mila). In questo panorama non molto rassicurante, però, la nostra regione vanta un dato positivo, ossia un aumento sensibile degli autonomi, che nel 2017 registrava un +9,6% su base annua, portandoli complessivamente a più di 105mila. A fronte dunque dell’esigua offerta di contratti a tempo indeterminato, come soluzione alla ricerca di un lavoro i dati ci dicono che i friulani scelgono sempre più di affacciarsi al mondo della nuova imprenditoria e auto-imprenditorialità, con forte tendenza alle nuove professioni, e questo sembra essere un trend in significativo consolidamento, non solo in regione, che merita di essere osservato da vicino.

Cosa succede a Pordenone?

Chi si vuole mettere in proprio oggi, infatti, deve sempre più considerare con attenzione alcune problematiche strategiche, in special modo: avere o trovare un’idea che sia davvero competitiva nel mercato attuale, saperla sperimentare e realizzare minimizzando i rischi e i costi d’avviamento e saper sviluppare le giuste attitudini imprenditoriali. Proprio per rispondere a queste esigenze, per cui non è semplice trovare formazione adeguata e completa, a Pordenone è in partenza a fine maggio il laboratorio teorico-pratico “Inventarsi un Lavoro, Oggi”, nel quale i partecipanti acquisiranno gli strumenti più attuali e gli approcci strategici più efficaci per individuare, valutare e realizzare la propria idea professionale o di impresa. Il laboratorio utilizza una metodologia unica nel suo genere, unendo in modo “ibrido” la dimensione dell’aula fisica con quella virtuale a distanza, ed è progettato per mantenere sempre uno spiccato carattere addestrativo. Con particolare attenzione alle aspirazioni personali e forte aderenza alla realtà e ai casi studio del nostro tempo, i partecipanti saranno guidati attraverso esercitazioni e simulazioni sia individuali che di gruppo>, utili per potenziare l’apprendimento attraverso l’esperienza.

Mercoledì 16 maggio assieme agli altri ideatori del laboratorio, Fabio Boltin (formatore esperto in problem-solving, decision-making, apprendimento rapido e tecniche di generazione delle idee) e Livio Vivanet (trainer e strategist per la nuova imprenditoria), incontreremo a Pordenone tutti gli interessati in una serata gratuita di presentazione presso la Fondazione Bambini e Autismo, via Vespucci 8/A (posti limitati, prenotazione a questo link Eventbrite).

Info: https://www.lavoroestudio.com/inventarsi-un-lavoro-oggi. Contatti: info@mindplus.it, 3472976234 (Fabio Boltin).

A Pordenone il lavoro si inventa, anche in aula virtuale

Precorrere piuttosto che rincorrere

Viviamo in un’epoca, nella quale il lavoro non è più quello di una volta.

Non mi riferisco solo al fatto che molti lavori di un tempo oggi non ci sono più o sono svolti da macchine. E non mi riferisco neanche al fatto che oggi ci sono lavori nuovi, per i quali servono nuove competenze, come ad esempio nel campo fortemente innovativo dell’informatica e affini.

Mi riferisco invece ai modi e ai metodi, ovvero a ciò che serve affinché il lavoro, qualsiasi lavoro, sia fatto bene. I nuovi scenari che dobbiamo affrontare oggi, in parte dovuti alla forte introduzione di tecnologie sempre più avanzate in ogni settore lavorativo, spingono infatti a ripensare il modo in cui si affronta il lavoro, soprattutto se si tratta di lavoro in proprio.

Facciamo un esempio semplice: il web.

Se appena 20 anni fa bastava tirar su la saracinesca del proprio negozio, esporre qualche locandina con le offerte e allestire una vetrina allettante per attrarre clienti e passanti (sì, era comunque dura, ma ce la si faceva bene), adesso i clienti e i passanti sono in rete. Ed è dunque in rete che bisogna tirar su la saracinesca se si vuole avere visibilità.

Tuttavia, se da un lato la rete offre un’occasione mai vista prima, ovvero la possibilità di raggiungere virtualmente tutto il mondo, dall’altro espone anche a una pressione altrettanto nuova, ovvero il peso della competizione globale con le mille altre attività che fanno la stessa cosa o propongono lo stesso servizio.

Ciò per dire che se cambiano gli strumenti (dalla locandina cartacea al web), cambiano anche gli usi e le logiche di utilizzo.

Intendiamoci, l’esempio del web è solo un esempio, che in quanto tale ci porta però al punto che vorrei sottolineare qui: considerare come lavoriamo oggi o, meglio, come dovremmo affrontare il lavoro oggi. Secondo quali strategie, alla luce di quali osservazioni, facendo ricorso a quali pratiche o metodi.

Sono infatti proprio le strategie, le osservazioni e le pratiche a fare la differenza, soprattutto in un momento storico come quello attuale, nel quale per necessità o per passione il lavoro sempre più bisogna inventarselo o reinventarselo, al fine non solo di contrastare la disoccupazione o restare al passo coi tempi, ma anche di realizzare sé stessi, trovando una collocazione personale e soddisfacente in una società in forte mutamento. Si potrebbe proprio dire, con Seth Godin nell’immagine di testata di questo post, che “Il lavoro non è raggiungere lo status quo, il lavoro è inventare lo status quo”.

È proprio per questi motivi che Fabio Boltin (formatore esperto in problem-solving, decision-making, apprendimento rapido e tecniche di generazione delle idee), Livio Vivanet (trainer e strategist per la nuova imprenditoria) ed io abbiamo organizzato a Pordenone un’iniziativa che si propone di affiancare e orientare i partecipanti attraverso le strategie, le osservazioni e le pratiche utili per inventarsi o reinventarsi un lavoro.

Si tratta di un laboratorio teorico-pratico — svolto in parte a Pordenone, in aula fisica, e in parte on-line, in aula virtuale GoToMeeting —, che non a caso abbiamo chiamato “Inventarsi un Lavoro, Oggi”.

Se desideri saperne di più, ci puoi incontrare di persona il 16 maggio alle ore 20.30 in via Vespucci 8/a a Pordenone (l’entrata è libera ma i posti sono limitati ed è necessario prenotarsi; prenotazioni a questo link).

Inventarsi un lavoro, oggi

Siamo tutti un po’ Archimede Pitagorico

Ti avviso subito che qui farò pubblicità.

Pertanto, decidi pure tu se continuare a leggere e scoprire cosa sto pubblicizzando, oppure chiudere questa pagina e ritornare a ciò che stavi facendo prima.

Se hai deciso di continuare, adesso ti do due opzioni:

1. puoi andare direttamente a questo link e leggere adesso quello che c’è scritto lì,

2. oppure puoi restare qui con me, leggere quello che ti scrivo qui e poi andare al link.

Bene, se hai scelto la seconda opzione, ecco cosa voglio dirti…

Parliamo di lavoro, oggi

Tutti sanno che l’articolo 1 della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo articolo, confesso, mi ha sempre suscitato un sentimento contrastante, a metà strada tra il senso lirico e forse nostalgico di un’epoca aurea, che potrei grossomodo identificare con il secondo dopoguerra, e una sorta di disagio diffuso, perché il lavoro non può che essere in sé un mezzo, uno strumento (anzi, uno dei tanti strumenti) attraverso il quale realizzare sé stessi. Come tale, trovo poco rassicurante che una democrazia sia costitutivamente fondata su un mezzo, piuttosto che aspirare a un fine. I mezzi o gli strumenti, infatti, possono anche passare di moda o diventare obsoleti, i fini, invece, restano e dirigono le nostre azioni.

Ma mettiamo pure da parte le mie idee personali perché non voglio qui dar seguito ad alcuna polemica postuma con i nostri illuminati padri costituenti. Accolgo piuttosto con spirito propositivo questo primo articolo della Costituzione e cerco di capirne il portato.

Con spirito propositivo… e osservante.

Eh sì, perché se osserviamo ciò che sta succedendo oggi, e non serve certo un analista per accorgersene, vediamo che il lavoro si accompagna spesso a delle problematicità nuove e specifiche di questo momento storico. Il mondo del lavoro sta cambiando velocemente, al punto che non sempre siamo in grado di restare al suo passo. Come esempio, pensiamo solo al concetto di “posto fisso”, che se fino a una manciata di anni fa era una condizione tutto sommato comune sia nella pubblica amministrazione sia nell’impresa privata, adesso lo è sempre meno.

Sarà anche per questo motivo che di recente, e in un modo che storicamente non ha precedenti, sta crescendo considerevolmente il fenomeno della cosiddetta “auto-imprenditorialità”. Parole come new business, start-up etc. sono di fatto entrate nell’uso comune e tra le nostre espressioni quotidiane.

Gli esempi di giovani laureati che avviano una start-up oppure di disoccupati che s’inventano una nuova attività, spesso come unica alternativa alla perdita del lavoro, oramai sono assai numerosi. Così come sono numerosi gli esempi di persone che ripensano in modo innovativo la loro professione per far fronte alle sfide sempre più impegnative della competitività e dei mercati.

Insomma, a me pare che la cifra comune a tutti questi slanci propulsivi nel mondo del lavoro oggi sia la creatività o, forse ancora meglio, l’invenzione. Il termine “invenzione” mi piace molto. Lo considero gravido della genialità tecnica di Archimede Pitagorico, l’eccentrico amico di Paperino e zio Paperone, e dell’industriosità intellettuale degli spiriti rinascimentali, che sapevano coniugare abilmente tra loro, e in una visione complessa ma equilibrata, aspetti umanistici e scientifici.

Sempre più, oggi, il lavoro non si cerca, ma si inventa. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che assieme a due colleghi ho messo a punto un laboratorio “ibrido” per aspiranti imprenditori (e non), nel quale impareremo assieme come si genera una buona idea imprenditoriale, come la si sperimenta a basso costo, come la si realizza contenendo il più possibile i rischi d’impresa e quali sono le attitudini che un imprenditore dovrebbe avere oggi.

Il laboratorio si chiama Inventarsi un lavoro, oggi e se questi argomenti ti stuzzicano e ti interessa sapere cosa significa che il laboratorio è “ibrido”, il 16 maggio a Pordenone organizzeremo un incontro di presentazione.

Se vorrai essere dei nostri, sarà un piacere incontrarti e conoscerti.

E per leggere in anteprima i contenuti e il calendario del laboratorio, puoi dare un’occhiata al link che ti ho segnalato sopra.

La mia banca è differente (magari)

Cause ed effetti: saper avere una visione allargata

Avrai senz’altro notato che il titolo di questo post ricalca una famosa pubblicità delle BCC (Banche di Credito Cooperativo). Non l’ho fatto a caso, ma c’è una ragione e la scoprirai qui sotto.

Inizio intanto col dire che oggi ti vorrei parlare di due conversazioni che ho avuto con due persone diverse e in due Stati diversi.

L’argomento di entrambe le conversazioni era: le banche. Anzi, due banche… differenti.

Conversazione 1

Nel 2012, mentre mi trovavo a Dublino, tra una visita alla sede di Facebook e una pinta di Galway Hooker, mi è capitato di conoscere diverse persone, tra cui un ragazzo, assieme al quale una sera mi sono attardato in una piacevole conversazione.

Cercavo d’informarmi sulla situazione imprenditoriale in Irlanda, domandavo di start-up, chiedevo informazioni sulle sedi dei grandi colossi internazionali insediati a Dublino e dintorni. Tutto rapito dalla descrizione delle meraviglie delle agevolazioni fiscali e della snellissima burocrazia per l’avvio d’impresa, capitò che una particolare affermazione del ragazzo con cui stavo conversando mi passò davanti, quasi totalmente inosservata. Per fortuna, “quasi”, e non “del tutto” inosservata.

Ricordo infatti che mi disse che la sua banca stava organizzando degli incontri gratuiti di orientamento per i correntisti, aspiranti imprenditori o startupper alle primissime armi. Lo scopo di questi incontri era fornire ai partecipanti degli strumenti strategici utili affinché non (e sottolineo NON) presentassero richieste di finanziamento alla banca stessa. O meglio, lo scopo era di trasmettere una conoscenza teorica e una capacità pratica nel gestire l’avvio d’impresa, che permettessero ai partecipanti che ne avessero sentita la necessità d’inoltrare richiesta di finanziamento in modo consapevole e (sperabilmente) solo se davvero necessario.

Questo, nella visione – lasciatemi dire – lungimirante della banca, aveva due principali effetti.

  • Da un lato, evitava all’istituto di credito di dover prendere in considerazione e alla fine rifiutare quelle richieste che fossero state non accettabili, procedura che consuma diverso tempo e risorse.
  • Dall’altro lato, forniva un vero valore aggiunto ai correntisti, che durante gli incontri imparavano a gestire le loro idee di business, e le eventuali esigenze economiche, con metodo e non in modo, diciamo così, sprovveduto o aprioristico.

Una politica da win-win, ossia, entrambi vincitori: i correntisti imparavano a gestire l’avvio senza esporsi economicamente su idee d’impresa la cui bontà non era confermata, la banca evitava il rischio di un credito difficile da recuperare.

Siccome all’epoca mi occupavo di sistemi di Advanced Planning and Scheduling (APS), in buona sostanza ottimizzazione in tempo reale della produzione manifatturiera, la mia attenzione non si soffermò troppo su questa parte della conversazione. Ne ho memorizzato solo alcuni dati – che ti ho appena raccontato – e non altri. Ad esempio, tra le cose che non ricordo c’è il nome della banca in questione… peccato.

Conversazione 2

Qualche tempo fa ho incontrato un conoscente che lavora in una BCC, ovvero in una di quelle banche che “è differente”. Siccome stavamo entrambi davanti a una pinta di birra (ciascuno), per un’associazione del pensiero mi sono a un tratto ricordato della conversazione che ebbi a Dublino e così gliene parlai. Giacché, poi, oramai da anni assieme ai miei colleghi mi occupo di strategie di avvio di piccoli/micro business e start-up, non appena il mio interlocutore mi disse di non essere familiare con questo approccio e che la sua banca non aveva mai svolto orientamenti come quelli proposti dalla banca irlandese, ho preso l’occasione al volo e arricchito il mio resoconto con alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza.

La considerazione più importante riguardava la contaminazione dei settori e delle competenze.

Le banche in Italia, che io sappia (ma essere smentito su questo mi renderebbe felice), organizzano incontri dedicati per lo più alla gestione delle finanze personali, alla convenienza dei pacchetti finanziari, al rischio finanziario etc. Insomma, tutti argomenti utilissimi, ma strettamente legati agli interessi specifici della banca e, come effetto, dei correntisti e dei loro soldi.

L’esempio della banca irlandese, invece, è davvero differente.

Invertendo la prospettiva, va in una direzione diversa: fornire ai correntisti business una formazione che fosse utile anzitutto alla loro attuale o futura attività, mettendoli in grado il più possibile di saper rispondere, nella pratica e non solo sulla carta, a domande strategiche come, è la mia una buona idea?, ho davvero bisogno di un finanziamento?, quanto la mia idea è sostenibile?, etc. In altre parole, non solo finanza, ma vero sostegno strategico. Ovviamente, e qui sta la forza della visione d’insieme, avere correntisti più consapevoli sullo stato dell’arte della propria attività è utilissimo anche alla banca stessa. Si evita così il più possibile di dover processare richieste “disorientate”, per non parlare del fatto che aiutare i correntisti con un’attività a consolidarla ha spesso l’effetto di consolidare anche le entrate, che finiscono dritte a rimpinguare i conti correnti.

Conclusione

Prendersi cura dei propri clienti significa capire le loro esigenze e proporre una valida soluzione.

Essere più bravi degli altri in questo significa saper pensare a una soluzione che agisca sulle cause e non sugli effetti.

Eccellere, invece, è riuscire a dare una soluzione che faccia contenti i clienti e al contempo, senza vendere nulla in modo diretto, susciti naturali e più ampie ricadute positive anche sulla propria attività (quale che essa sia).

Postilla

Se per caso hai letto questo post fino a qui e incidentalmente lavori in una banca, contattami pure: possiamo pensare assieme a una soluzione, snella ed efficace, come quella proposta dalla banca irlandese.

#10 Pillole di filosofia per start-up e nuova impresa: Russell e Whitehead… che tipi (logici)!

Problemi e soluzioni: come uscire da un labirinto con metodo

Eccoci arrivati alla decima pillola, l’ultima di questa prima serie. In occasione della fine dell’anno, la rubrica si prende una pausa, così posso raccogliere nuove idee e suggestioni che, non appena pronte, organizzerò in una seconda serie di pillole.

E come gran finale di questo ciclo ho scelto di parlare non di uno, ma di due filosofi in un colpo solo!

La pillola di oggi si ispira a una conversazione che ebbi qualche mese fa con un amico, fondatore di un’associazione no-profit, che mi raccontava di alcuni problemi organizzativi e di gestione che, per quanto cercasse, non riusciva a risolvere.

Mi chiese un parere strategico e a me venne in mente di parlargli di logica, citandogli i due pensatori di cui ti sto per scrivere e spiegandogli così perché gli consigliavo di rivolgersi a un consulente di fiducia.

Russell, Whitehead e la logica dei gruppi

Bertrand Russell (1872-1970) e Alfred Whitehead (1861-1947) sono stati proprio due bei tipi. Assieme hanno scritto un libro in tre volumi che ha un titolo latino: Principia Mathematica. L’opera è lunghissima ma a noi non interessa tutta: ci interessa solo il capitolo 2 del primo volume: La teoria dei tipi logici.

Cosa dice questa teoria? Dice così:

“Qualsiasi cosa presupponga i componenti di un certo gruppo non deve essere un componente di quel gruppo”.

Facciamo un esempio, ché si capisce meglio. Poniamo che in un prato – diciamo il prato che c’era dietro la casa delle ultime vacanza in montagna – vi siano 98 specie diverse di piante: margherita, tarassaco, ortica e così via. Ecco, tutte quelle piante compongono il gruppo “prato” o, detto altrimenti, il prato presuppone o comprende tutte le 98 piante. La teoria dei tipi logici afferma allora che, poiché il prato presuppone le 98 specie di piante, il prato non può essere esso stesso un elemento del gruppo, vale a dire una pianta… e in effetti non lo è. Così come un gregge, poiché è un gruppo, poniamo, composto da 500 pecore, non può essere a sua volta un elemento del gruppo, ossia una pecora.

Bene – mi dirai tu – siamo alle solite. Mi parli di una teoria ma a me interessa la pratica…

È vero. Però le teorie, le buone teorie, sono utili perché ci presentano dei principi che si possono applicare anche nella pratica, come appunto in un business, una start-up o un’idea d’impresa. In questo caso, ad esempio, Russell e Whitehead ci dicono che è molto importante non fare confusione tra elementi di un gruppo e gruppo stesso, poiché stanno su livelli logici differenti. Se li confondiamo, se pensiamo che il gruppo sia allo stesso livello logico dei suoi elementi, allora rischiamo di cadere in circoli viziosi, errori o anche paradossi.

Cosa vuol dire questo? Ecco, immaginiamoci di essere davanti a un problema e di sapere che questo problema comprende i fattori A, B e C. Per dirla con il principio dei tipi logici, dunque, A, B e C sono i componenti, mentre “problema” è il gruppo. Allora, grazie a Russell e Whitehead, sappiamo che il problema si trova a un livello logico diverso (maggiore, più alto, più ampio) rispetto ai singoli elementi del problema e questo significa che la soluzione andrà cercata al livello del problema, non dei suoi singoli elementi.

Un esempio. Hai presente quei labirinti fatti di siepe? Sì? Perfetto!

Villa Pisani StraImmaginati di essere dentro a uno di questi labirinti e di dover uscire. Il labirinto si trova nel parco di una bella villa neoclassica e da una terrazza della villa lo si può vedere bene, dall’altro.

Per uscire puoi procedere facendo tentativi: qui giri a destra, lì a sinistra, qui vai dritto e così via. Ti affidi al tuo istinto o al caso e così potresti girare a vuoto per ore perdendoti la cena di gala nella villa, alla quale sei stato invitato.

Sai però che c’è una tua amica che ti sta guardando dalla terrazza in alto. Chiedi allora a lei che ti guidi indicandoti la strada. Esci in un batter d’occhio e arrivi puntuale alla cena di gala.

Fuor di metafora. Il labirinto rappresenta il gruppo “problema” e le sue singole stradine sono le componenti del gruppo. Provare a uscire mantenendo lo sguardo al livello delle stradine, dal di dentro del labirinto, è come cercare di risolvere un problema mediante i fattori del problema stesso: se sono fattori costitutivi del problema, continueranno a esserlo e non potranno portarti alla soluzione.

Chiedere all’amica è invece considerare le cose da un livello logico più alto, è vedere il labirinto nel suo contesto allargato: dove sei tu, dove sta l’uscita e quale via è quella giusta per uscire. È a questo livello che si trova la soluzione.

Lo so, ti pare abbia detto la cosa più banale del mondo, vero? Beh, non è così banale come sembra.

Diverse volte infatti mi trovo ad avere a che fare con persone che provano a uscire dal labirinto insistendo sulle singole stradine, guardandolo da dentro e non osservandolo nel suo contesto allargato. In altri termini, mi dicono di avere un problema, che però loro stesse alimentano, non necessariamente perché lo provocano, ma perché non sono in una posizione dalla quale poter vedere la soluzione. Hanno cercato in tutti i modi di risolverlo, ma non ci sono riuscite. Più ci provano, più il problema resta lì. Continuano allora a girare nel labirinto, senza uscirne.

È per questo che quando abbiamo un problema è importante passare al livello logico nel quale si trova la soluzione. Se il problema persiste nonostante gli sforzi che facciamo per risolverlo, molto probabilmente non lo stiamo ancora osservando dal livello logico giusto ma, fortunatamente, per aiutarci in questo, spesso è sufficiente rivolgersi a un buon consulente… come ha fatto appunto il mio amico per sistemare le difficoltà di gestione e organizzazione della sua associazione no-profit. Alla fine si è scoperto che ciò che lui riteneva essere il problema, in verità era solo un componente del problema. Allargando la visuale assieme a un esperto, ha trovato la soluzione.

…e buon anno nuovo!

Letture

Alfred Whitehead, Natura e vita, Mimesis 2012.

Bertrand Russell, Elogio dell’ozio, TEA 2012.

Bertrand Russell, La conquista della felicità, TEA 2003.

#9 Pillole di filosofia per start-up e nuova impresa: l’aperitivo di Eraclito

Yeaaah, let’s twist again, twistin’ time is here!

Nella pillola di oggi parlerò di una cosa importantissima.

È talmente importante che potrei anche definirla essenziale… tanto per usare una parola filosofica.

Devi sapere che questa cosa è ciò che permette a un’idea di fiorire, a un’attività di durare nel tempo.

Vuoi sapere cos’è? Beh… è il movimento!

E visto che oggi parliamo di movimento, bisogna chiamare in causa questo filosofo greco antico…

Eraclito: shakerato o mescolato?

Eh sì, il nostro protagonista è proprio Eraclito (535-475 a.C.), nato e vissuto a Efeso, nell’attuale Turchia.

Benché tutto il suo pensiero sia davvero intrigante, qui ci interessa un aspetto in particolare: la sua idea di movimento.

Questa idea è talmente centrale nella filosofia di Eraclito, che gli è valsa il titolo di filosofo del cambiamento. Senz’altro avrai sentito mille volte pronunciare il famosissimo aforisma “tutto scorre”, che in greco si dice: panta rhei. Ebbene, questo aforisma è attribuito proprio a Eraclito. Tutto scorre, dunque, e niente sta fermo.

Ma appronfondiamo giusto un po’…

Eraclito ci racconta che il principio che fa accadere le cose è la Guerra. Anche se usa questa parola, non intende le battaglie tra eserciti, con le armi, i pringionieri e compagnia bella. Quando Eraclito parla di Guerra vuol dire che nelle cose e tra le cose c’è sempre un contrasto, un’azione di forze che tirano da parti opposte.

Questo contrasto è alla base della vita, dell’evoluzione, del progresso. Prendiamo ad esempio il contrasto tra due forze opposte come fame e sazietà. Quando la forza della fame mi tira dalla sua parte, io cerco di andare dall’altra, verso la sazietà. Ed è proprio in questo contrasto di forze che succedono diverse cose: faccio la spesa, cucino la pasta, mi bevo un bicchiere di vino e magari pure un dolcetto col caffè.

Alla fine sono sazio, non mangio più, e allora la forza della fame può ricominciare il suo lavoro per tirarmi nuovamente dalla sua parte… fino al pasto successivo.

È questa dinamica, questo essere continuamente in uno stato di movimento, che ci permettere di crescere, di fare esperienza, di maturare. In altri termini, la stabilità va cercata nel cambiamento, di volta in volta.

Il nostro Eraclito esemplifica questa idea in un aforisma davvero pittoresco. Eccolo:

“Il ciceone si compone se viene agitato”.

Il ciceone era una bevanda usata durante i culti sacri. Un intruglio vagamente allucinogeno, fatto di vino, latte, olio, farina, formaggio e qualche aroma, per non farsi mancare niente.

La caratteristica del ciceone era che, se non lo tenevi mescolato, le parti tendevano a separarsi, un po’ come quando metti in un bicchiere olio e acqua.

Ecco allora cosa vuole dirci Eraclito: il ciceone è davvero ciceone, ossia è una bevanda omogenea e non un insieme di parti giustapposte, solo quando è tenuto agitato. In altri termini: l’unità, la coerenza, la stabilità del ciceone si trovano solo nel movimento.

Ebbene, che c’entra il ciceone con il business?

frullati ABeh, c’entra perché è esattamente questo il punto essenziale di cui parlavo all’inizio della pillola di oggi. Infatti, un’idea di start-up o impresa può svilupparsi, e un’attività durare nel tempo, finché restano costantemente in movimento. Eh sì, anche qui tutto deve scorrere… ovviamente non a caso, ma con lo scopo di trovare un buon punto di stabilità.

Se consideriamo le cose in questo modo, si vede subito che un’idea o un’attività sono proprio come il ciceone: sono una miscela di varie parti (il team di lavoro, il prodotto/servizio, i clienti, il marketing e così via) che restano omogenee e stabili (ovvero concorrono unitariamente alla buona riuscita di quella singola idea o attività) solo se sono mescolate costantemente, se reagiscono tra loro in modo coerente e unitario. Altrimenti, ad esempio, il marketing non racconta bene il prodotto/servizio, che a sua volta non soddisfa i bisogni dei clienti, che se ne vanno da un’altra parte e lasciano il team di lavoro in braghe di tela.

Ma Eraclito ci dice di più.

Come nel caso della fame e della sazietà, anche le idee e le attività di business si trovano nel bel mezzo di forze contrarie: il successo e il fallimento. Il successo va conquistato, sapendo che il fallimento è sempre pronto a tirarci dalla sua parte. È per cercare una stabilità nel contrasto tra queste due forze che facciamo succedere cose a favore della nostra idea o attività: da un lato reagiamo alla forza che ci tira verso il fallimento, dall’altro siamo propositivi verso la forza che ci spinge al successo. Ad esempio, il team di lavoro si muoverà per reagire continuamente ai feedback dei clienti, ideando un prodotto/servizio che risponda sempre più alle loro necessità, cambiando, migliorando, innovando, e facendo in modo che il marketing racconti tutto bene come si deve… e via dicendo, in un flusso che “tutto scorre” il più possibile nella direzione desiderata.

Insomma, direbbe Eraclito: muoviti!, chi si ferma è perduto!

Letture

Michele Barbieri, Eraclito d’Efeso. Diario, SEF 2010.

Giorgio Colli, La sapienza greca: Eraclito, Adelphi 1993.