E tu chiamale, se vuoi… emozioni

Alla scoperta dei Richard Gere in azienda!

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Stavolta Fabio Boltin ci racconta i tratti distintivi degli emotivi.

In questa “conversazione senza la cravatta” dedicata all’enneagramma scopriremo i caratteri generali della seconda delle triadi. Persone attente alle relazioni con gli altri, empatiche e capaci di cogliere le… 50 sfumature dell’emotività, anziché dividere il mondo in bianco o nero.

Proprio per tutti questi (e)motivi, Fabio ci dà un buon suggerimento:

“Se dovessi scegliere un venditore, prenderei preferibilmente un emotivo, perché è interessato a capire lo stato d’animo e i bisogni delle persone che ha davanti”.

Ma durante la conversazione scopriremo molte altre cose. Ad esempio, che gli emotivi hanno anche una marcia in più nel campo del gusto e dell’estetica, in particolare nel design e nella cura dell’immagine.

Marketing e sviluppo delle caratteristiche lovable del prodotto sono campi nei quali gli emotivi possono trovarsi naturalmente a proprio agio e dare il meglio di sé.

E poi… cosa c’entrerà mai American gigolo?

Ascoltiamolo direttamente da Fabio… dai! 😉

Hai trovato questo video utile, interessante o anche solo curioso perché affronta argomenti che ti sono piaciuti o non conoscevi? Fammelo sapere con un like, un commento o una condivisione sui social.

Attenzione, Fabio Boltin dice che “Sei un tipo… di carattere!”

Su enneagramma, crescita personale, team-work e azienda

Questa settimana, assieme a Fabio Boltin (che è quello sorridente e assolato che vedete nella foto qui sopra), abbiamo deciso di iniziare una serie di “conversazioni senza la cravatta” su un argomento che da un po’ di tempo, ti devo confessare, mi intriga molto.

È un argomento che incontrai per la prima volta diversi anni fa, quando la mia fidanzata dell’epoca vi si appassionò (per un periodo, poi basta… si sa com’è la gioventù). Poi negli anni mi è capitato, di tanto in tanto, di parlarne con amici e conoscenti, però senza mai approfondire davvero. Solo negli ultimi tempi ho avuto diverse occasioni di considerare meglio la faccenda: con Fabio, appunto.

Sto parlando dell’enneagramma.

E siccome io — oramai lo avrai capito — non sono un esperto, ma Fabio sì che lo è, ho chiesto a lui se ci dà una mano a capire meglio cos’è.

Ma soprattutto, perché e in che modo la conoscenza dell’enneagramma può aiutarci in ambito professionale, nei rapporti di lavoro e nella valutazione del personale.

Immagina di avere per le mani uno strumento che ti permette di inquadrare il tipo di carattere di un membro del tuo team, oppure dei tuoi colleghi o della persona che hai davanti, ad esempio un cliente o qualcuno che si presenta per un colloquio. E immagina anche uno strumento che ti consente di progredire nella crescita personale e nelle relazioni con gli altri, perché mette in luce le propensioni, i punti di forza e di debolezza caratteriali e così via… Sì, sto parlando sempre dell’enneagramma.

E allora, prima di guardare il video qui sotto, nel quale iniziamo a conversare senza la cravatta sui caratteri istintuali (operativi, attivi, sfidanti, imprenditoriali), vai a conoscere Fabio sul suo sito personale e su quello professionale.

E buona visione!

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Domandine spinose per aspiranti avventurieri

Oggi l’idea, domani…

Immagina di avere un’idea di attività, di start-up o di nuova impresa.

A questo punto hai 3 opzioni operative:

  1. ti piace coccolare l’idea ma continui con la tua vita e non la realizzi;
  2. decidi di metterti all’opera e provi a realizzarla da solo;
  3. valuti attentamente la possibilità di essere affiancato da una persona qualificata in strategie imprenditoriali.

Se scegli la 1, nessun problema e buona continuazione.

Se invece scegli la 2, molto bene! Inizia l’avventura!

Ma prima di partire, ho una domanda per te: come ti sentiresti se un tuo errore di valutazione, che poteva essere evitato, avesse compromesso il buon esito dei tuoi sforzi imprenditoriali o professionali?

In altri termini: che cosa sai davvero dei rischi tipici delle prime e più delicate fasi di realizzazione di un’attività?

Domande spinose, vero? Però, non preoccuparti, perché fortunatamente lo scenario in cui un tuo possibile errore ti porta a dover affrontare difficoltà inaspettate è qui, in questo blog-post, solo un’ipotesi che facciamo assieme. E perché la facciamo? Perché, si sa, ipotizzare scenari negativi oggi ci aiuta a evitare di trovarcisi in mezzo impreparati domani.

E allora, proprio considerando eventuali prospettive negative e relative soluzioni, quanto pensi di essere di mentalità aperta, da valutare l’opportunità di scegliere da subito l’opzione 3?

No, non devi rispondermi così su due piedi e, a dire il vero, non è a me che devi rispondere, ma solo e solamente a te.

Qui ti chiedo invece una piccola cortesia: 30 secondi (al massimo) del tuo tempo per compilare questo form, nel quale potrai darmi la tua opinione, che mi sarà molto utile per individuare e mettere a punto iniziative mirate al sostegno della nuova imprenditoria.

 

Quando non sai di essere una truffa cinese

Proprio oggi ho avuto una bella conversazione con il mio amico Chris. In realtà si chiama Christopher, ma tutti lo chiamiamo Chris.

Viene da una cittadina vicino a New Orleans e da anni vive qui in Italia, in un piccolo ma grazioso paesino del Friuli Venezia Giulia. Insegna inglese ed è un ragazzo assai sveglio con una marcia in più, che si chiama “I wanna help!”, ovvero, “voglio aiutare!”.

Insomma, parlavamo di micro e piccole imprese locali e di come gestiscano la comunicazione in inglese e, a un certo punto, Chris mi ha detto due cose talmente importanti, che non posso fare a meno di condividerle qui con te.

1. Non sai quanto ti serve!

Io: “Chris, davvero, dovresti pensare di proporti alle piccole e medie imprese per aiutarle a migliorare la loro comunicazione in inglese…”

Chris: “Sì, in effetti hanno bisogno di qualcuno come me… anche se non sono io, comunque qualcuno come me… Mi piacerebbe aiutarle, queste imprese, ma il fatto è che semplicemente non gli interessa e non vogliono investire in questo. L’ostacolo più grande è proprio fargli capire quanto gli serva avere una buona comunicazione in inglese… perché le imprese qui cercano di essere creative, fanno giochi di parole e credono di riuscirci… ma chiunque abbia una buona conoscenza dell’inglese pensa che la loro comunicazione è una merda”.

Il modo in cui usi una lingua dice tantissimo su chi sei. Se hai testi scadenti (o di m**da, come dice Chris), chi legge penserà che il tuo servizio è scadente. Prendiamo ad esempio i menu dei ristoranti o dei pub, soprattutto nelle zone di villeggiatura. Quante volte ti è capitato di leggere un menu in doppia lingua, italiano e inglese, e notare che la traduzione inglese è sgrammaticata, imprecisa o del tutto scorretta? Se non ci hai mai fatto caso, cambiamo la prospettiva: quante volte, quando ti trovavi in un ristorante all’estero, ti è capitato di leggere nei menu multilingua traduzioni che in italiano sono a dir poco ridicole? E quando ti è capitato, cos’hai pensato della qualità dell’attenzione verso il cliente che un menu del genere comunica? E della professionalità del management del ristorante? Per non parlare del fatto che — lasciami indovinare — nove volte su dieci qualcuno al tuo tavolo avrà detto, tra una battuta e una risatina: ma cosa ci voleva a chiedere a un madrelingua di controllare il testo?

Ecco, appunto! Immagina ora cosa pensano di te gli stranieri che leggono la comunicazione inglese della tua attività… sei sicuro di dare loro l’impressione corretta?

2. Sembri una truffa cinese!

Io: “È vero, alle volte mi capita di leggere dépliant o anche siti web in inglese e persino io, che non sono madrelingua, li trovo inaffrontabili… scritti davvero pessimamente”.

Chris: “Eh, on-line, ad esempio con l’e-commerce, è un vero problema… non capiscono che pessime traduzioni dall’italiano fanno davvero male all’azienda, perché il punto qui non è fare bella figura, ma essere professionali, attenti ai dettagli e non sembrare una truffa cinese!”.

Personalmente trovo adorabile quando Chris riassume con invidiabile lucidità concetti complessi, come in questo caso. Non servirebbe aggiungere nulla alle sue parole, ma lasciami solo dire che, a meno che tu non sia un truffatore cinese, la tua attività, soprattutto se on-line, dove manca il contatto diretto e personale tra venditore e acquirente, si basa anzitutto sulla fiducia che riesci a comunicare ai tuoi clienti. E il primo passo per costruire fiducia on-line è una buona comunicazione, pulita, essenziale e grammaticalmente corretta. Se off-line devi essere ben confezionato, on-line devi cercare di essere impeccabile, professionale e fare molta attenzione a ogni dettaglio.

Ora dai un’occhiata alla versione inglese della tua pagina web o sito di e-commerce: ti sembra impeccabile? Anche nei dettagli? Oppure puoi migliorare ancora?

Bene, per finire ti voglio ricordare perché Chris ha una marcia in più, perché lui pensa e lavora seguendo il principio di “I wanna help!”, “voglio aiutare!”… if you catch my drift.

Non dare per assunto l’imprenditore

Vorrei ma non voglio: stipendio mon amour!

Oggi voglio ragionare con te su una cosa che osservo spesso.

Premetto, anzitutto, che qui non è mia intenzione puntare il dito contro nessuno, né rilevare presunti malcostumi e neppure tarpare le nobili ali della passione personale. Vorrei semplicemente offrirti uno spunto di riflessione… e vediamo se ci riesco.

L’argomento è: stipendio a fine mese vs. auto-imprenditorialità.

Ecco i (miei) fatti. Mi è capitato negli ultimi anni (e sicuramente mi capiterà ancora in futuro) di incontrare diverse persone che, pur già lavorando in aziende o società, sentissero una spinta forte a lasciare il proprio posto di lavoro per realizzarsi in proprio. Basta con il solito tran-tran, meglio fare qualcosa che mi permetta di seguire la mia passione!

Di solito questo genere di incontri funziona così. Conosco la tal persona. Nella conversazione salta fuori che assieme ai miei colleghi aiuto chi ha un’idea di attività a realizzarla. La tal persona mi confida che ha un’idea, che la sua idea è quello che davvero vorrebbe fare e che sta cercando un modo per lasciare il proprio lavoro, che oramai trova opprimente o non più soddisfacente. Pertanto, ecco che divento l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto!

E invece no!!

Dopo questo scoppiettante avvio, infatti, quasi nessuno di quelli con cui ho parlato (che avevano un posto in un’azienda, un negozio, una società, la pubblica amministrazione o dove credete meglio, con uno stipendio regolare che arriva ogni mese), alla fine ha fatto il passo decisivo e iniziato a realizzare seriamente la sua idea. E quelli che ci hanno provato si sono trovati a dover gestire delle urgenze per le quali o non avevano il tempo oppure non erano preparati.

Sulla base della mia esperienza personale posso dire che, rispetto allo stimolo all’auto-imprenditorialità, se sei abituato allo stipendio, è lo stipendio ad avere la meglio. Diciamo che questo succede in modo netto, ossia senza neanche provarci, a imprendere, nell’80% dei casi, calcolando molto a spanne. C’è poi un 15% di persone che ci provano ma lasciano stare quasi subito. E per finire c’è un 5% di persone che ce la fanno davvero, lasciano il lavoro e si mettono in proprio, e a loro faccio i miei più sentiti complimenti ma in questo post non li prenderò in considerazione.

Data la ricorrenza degli slanci imprenditoriali che si fermano alle sole parole o poco più in là, e che coinvolge l’80% di chi vorrebbe ma non ci prova, più il 15% di chi ci prova ma molla (totale = 95%), ho iniziato a osservare il fenomeno più da vicino ed è mia opinione che questo succeda perché viviamo nell’epoca della mistificazione delle start-up. Si tende per lo più a magnificare i successi, alle volte addirittura a far passare come successi quelli che in verità sono fallimenti, dimenticandosi di sottolineare che aprire una propria attività richiede formazione, competenza e… stare sul pezzo!

A causa di questo storytelling, la percezione di cosa sia fare impresa, da parte di chi non fa impresa, è pertanto spesso deviata e porta a ritenere che l’auto-imprenditorialità possa essere la risposta ad alcune esigenze che sorgono in noi, quando invece è meglio che non lo sia.

Qui di seguito ti elenco una serie di situazioni tipo, che ho rilevato come maggiormente ricorrenti (ripeto: questa è la mia esperienza e se tu hai altri esempi da portare, sarò felice se vorrai condividerli con me). Ho dato dei nomi rappresentativi, così è più facile figurarcele con un’immagine mentale. Inoltre, non le ho messe in alcun ordine di importanza perché, si sa, ciascuno attribuisce l’importanza che desidera, o che sente, alle varie situazioni che influiscono sulla propria vita. Dunque, eccole:

1. Fuoco di paglia: sei arrivato a un punto della tua esistenza, in cui fare ciò che fai ti annoia o non ti soddisfa. Ti senti vincolato o limitato e vorresti aprire i tuoi orizzonti lavorativi a nuove esperienze. Il mio consiglio è: viaggia, trovati un hobby serale, fai volontariato o qualcosa di simile, vedrai che prima o poi ti passa!

Sei in crisi, ma è una situazione momentanea. Tieni duro, ché la paglia brucia veloce.

2. Bici senza catena: nonostante il tuo lavoro da stipendiato, ti stai effettivamente impegnando ad avviare una tua attività in un settore che conosci e ti appassiona e hai mosso i primi passi. Ora devi giostrare il tuo tempo tra il vecchio lavoro e i nuovi impegni e stai notando che non riesci sempre a fare tutto. Il mio consiglio è: se non ti sei già “compromesso” troppo, ad esempio coinvolgendo altre persone o impegnandoti con soggetti terzi, fermati e pensaci bene! Se ti sei già “compromesso”, invece, fermati e pensaci bene due volte!

Finché sei in discesa, ti sembra che vada tutto bene, ma quando inizia la salita e ti accorgi di non avere la catena alla bici, hai la forza di scendere e spingere?

3. L’erba del vicino: stai constatando quanto bene se la passa il tuo capo oppure gli imprenditori che conosci, con le loro macchinone e gli alti fatturati, e senti che anche per te è venuto il momento di scendere in campo e dare una vera svolta alla tua vita, altro che il tuo misero stipendio! Il mio consiglio è: prima di tutto prendi la calcolatrice e fai il conto di quanto guadagni e quanto ti serve per vivere in modo soddisfacente… se ci stai dentro, lascia perdere, dico davvero.

Più grande è il prato, più tempo, soldi ed energie ci vogliono per falciarlo.

Potrei farti un sacco di esempi che mi sono capitati… dal ragazzo che vuole lasciare l’azienda nella quale lavora da 15 anni, che inizia assieme a noi un affiancamento e scopre quasi subito che mettersi in proprio è un’attività a tempo pieno; molto meglio lo stipendio fisso, il mercoledì sera al cinema e i weekend liberi… alla ragazza che desidera lasciare il lavoro, affitta un locale per avviare la sua attività serale e già dopo il primo incontro di orientamento capisce che, oltre a tirare su la saracinesca e ad aprire una pagina Facebook, bisogna anche studiare le strategie, il posizionamento, il marketing etc., ci vuole tempo e non si fa dall’oggi al domani… al gruppo di giovani, ciascuno con un proprio lavoro, che hanno un’idea, stabiliscono i primi contatti operativi, si impegnano in parola con altre persone sulle modalità e le tempistiche d’avvio, e poi è difficile fissare quando svolgere gli affiancamenti operativi perché ciascuno ha impegni disparati e le agende non collimano quasi mai.

Cosa voglio dirti con tutto questo? Una semplice osservazione: mettersi in proprio e diventare imprenditori è un’attività a molto time consuming che richiede organizzazione e versatilità, sforzo e sacrificio, visione e perseveranza, resilienza e capacità di rimettersi in piedi quando le cose vanno male.

Mettersi in proprio significa NON avere lo stipendio garantito a fine mese. È vero, se sei bravo, puoi anche guadagnare molto di più di uno stipendio medio, ma devi essere bravo, affrontare nel modo giusto le sfide del mercato e avere anche un po’ di fortuna.

Se hai letto fin qui questo post, e se a fine mese ritiri lo stipendio, però ti senti insoddisfatto e ti è venuta in mente un’idea di attività che vorresti realizzare, ecco la domanda che ti consiglio di farti: sono disposto a RISCHIARE un’entrata sicura per abbracciare una vita nella quale potrei anche fallire e non avere alcuno stipendio?

Se la tua risposta è “SÌ”, può darsi che tu abbia l’indole giusta per fare l’imprenditore e potresti anche rientrare in quel 5% che è destinato ad avere successo… Ecco, in questo caso ricorda che, dovesse esserti utile, io e i miei colleghi siamo qui per aiutarti a realizzare la tua idea.

La finanza creativa per start-up… ma non è quello che pensi!

Quando la tua vera moneta sono i dati

Devo dire che sono molto contento di come sono accolti i video e podcast del ciclo #LeanAndBlue, che faccio assieme a Livio Vivanet.

È vero, non siamo delle star del web e abbiamo iniziato da poco con queste conversazioni “senza la cravatta”, pertanto le visualizzazioni al momento non sono tante ma i riscontri sono davvero promettenti. Diverse persone, infatti, ci hanno dimostrato il loro apprezzamento, qualche like lo abbiamo preso, e questo ci dà l’energia per andare avanti.

Ma oltre ai “bravi!” e “continuate così!”, ci vuole anche qualche osservazione critica, che scovi ciò che nelle nostre conversazioni può essere migliorato o che ci suggerisca possibili argomenti da discutere. E per fortuna, abbiamo ricevuto anche alcune buone obiezioni: precise, puntuali, circostanziate.

Ad esempio, di recente, in via privata, un mio contatto mi ha scritto sollevando una perplessità. Finora io e Livio non abbiamo mai parlato di finanza d’impresa e, si sa, quando si imprende, gli aspetti economici sono davvero importanti. Certo, ci sono molte altre cose da gestire in un’attività ma senz’altro i soldi (uscite, entrate, investimenti, finanziamenti etc.) sono centrali.

Questa mi è sembrata un’osservazione molto pertinente, al punto che abbiamo deciso di dedicare una conversazione proprio agli aspetti finanziari che interessano quella fase di avvio d’impresa che generalmente chiamiamo start-up, vale a dire, il momento in cui un’attività è agli esordi e deve pertanto cercare di raccogliere il più possibile dati utili, che ci aiutino a confermare mediante sperimentazione la validità della nostra idea d’impresa. E così non ci siamo potuti esimere dal fare riferimento alla “finanza creativa”. Curioso di sapere cos’è? Te lo diciamo su Youtube:

Oppure in podcast su SoundCloud:

Start-up: tutto sesso e niente amore?

Come bilanciare passione soggettiva e dati oggettivi

Oggi parliamo di amore.

Amore per la propria idea di business. È una tematica che ho affrontato altre volte su questo blog ma è sempre utile ripeterla.

Quando si decide di iniziare a lavorare su un’idea di attività, professione o nuova impresa e di portarla a realizzazione e sviluppo, uno degli aspetti importanti, che ci aiutano durante il percorso è senza dubbio la passione. Quello che stiamo per fare o che stiamo già facendo ci deve piacere, dobbiamo sentirci appagati e realizzati. Non ci piove! Anzi, se non è questo il tuo stato d’animo, se non sei così appassionato, pensa bene se intendi continuare nell’avventura imprenditoriale, potresti piuttosto impiegare il tuo tempo facendo una cosa che ti piace davvero.

Tuttavia, siccome la passione è un senso squisitamente soggettivo, che viviamo in modo del tutto personale sia per qualità, sia per durata, sia per intensità, e siccome però la nostra idea in fase di realizzazione si nutre molto di dati oggettivi, dati che raccogliamo da osservazioni e sperimentazioni, bisogna trovare un equilibrio tra questi due fattori dalla natura così diversa. Alle volte capita, infatti, che la passione soggettiva abbia la meglio sui dati oggettivi, ci oscuri la visione d’insieme, non ci permetta di interpretare in modo corretto i riscontri di mercato e ci impedisca di fare le scelte giuste. Succede così che sviluppiamo una sorta di amore malato per la nostra idea, che può essere “protettivo” a tal punto da tarparle le ali e impedire che si realizzi.

Ecco, tra monete parallele, youtubers e Steve Jobs falliti, io e Livio abbiamo conversato proprio di amore e idee di business in questa puntata di #LeanAndBlue. Se il tema ti stuzzica, ci trovi a questo link.

E come sempre, se preferisci solo ascoltare, c’è anche il podcast.