L’importanza del pensiero “inverso”: il fallimento

Il fallimento è il frutto dell’inerzia e di domande mal poste

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Nel post precedente ho parlato di successo. Oggi ti parlo del suo opposto, il fallimento.

Così come avviare un’attività ci espone al “rischio” di successo (che può essere davvero un rischio se arriva in tempi e modi che non sappiamo gestire), allo stesso modo il fallimento è sempre dietro l’angolo.

Qualsiasi imprenditore o libero professionista deve saper avere a che fare con l’ipotesi di fallimento. Deve saperci convivere. Cosa significa questo? Anzitutto, significa non dare per scontati alcuni aspetti del proprio lavoro. Ad esempio, se fino a oggi la nostra attività è andata bene, non è detto che continui ad andare bene anche domani. E non sto parlando di fato o destino segnato, ma di attitudine e mentalità imprenditoriale. Per chiarirti quello che voglio dire, te la metto in un altro modo: non è detto che domani vada bene perché fino a oggi è andata bene. Tra i due momenti, le prestazioni di ieri e quelle di oggi, non esiste infatti alcun nesso causale certo. Ovvero, ci potrebbe anche essere un nesso causale, ma non è certo.

Potremmo ad esempio dover affrontare senza preavviso difficoltà che non dipendono da noi o essere esposti a situazioni inaspettate. Pensiamo alla crisi del 2008, che ha fatto strage di piccole aziende che di sicuro lavoravano bene fino al giorno prima: quelle piccole aziende non hanno direttamente causato la crisi che a sua volta ha provocato il loro fallimento. Eppure, è anche vero che quelle stesse aziende sono state una con-causa, diciamo, per difetto, del loro insuccesso. Come? Dato che all’epoca lavoravo con le PMI, te lo posso dire con una certa sicurezza: non hanno saputo reagire in modo opportuno alla crisi. Molte delle attività che hanno chiuso e con le quali sono entrato in contatto, di fatto hanno semplicemente aspettato che la crisi passasse, continuando più o meno a fare quello che facevano prima. Il loro atteggiamento, anche quando non direttamente esplicitato, era pensare che domani andrà bene perché fino a oggi è andata bene. Hanno chiuso perché, in mancanza di un nesso causale forte tra i risultati di oggi e di domani, semplicemente questo assunto consequenziale non è vero.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Beh, perché quando si considera la possibilità di fallimento ritengo sia indispensabile osservarla non in modo diretto, ma mediante un pensiero inverso, affinché acquisti tutto il valore positivo che, di fatto, ha.

Ecco cosa intendo. Spesso, come ti dicevo nel post precedente, io e i miei colleghi incontriamo aspiranti imprenditori che ci chiedono se siamo in grado di portare la loro idea al successo. La risposta è che non lo possiamo sapere in anticipo e, al più, si vedrà strada facendo. Strada facendo, a essere sinceri, la nostra prima premura è aiutarli ad acquisire gli strumenti teorico-pratici utili ad arginare il più possibile i rischi d’impresa.

In buona sostanza, ciò che facciamo non è portare al successo, ma sgomberare il più possibile la strada dagli ostacoli che potrebbero impedire di avere successo, qualora accada.

Focalizzarsi sui rischi di fallimento, anziché sul successo, soprattutto se ci si trova nelle fasi iniziali di realizzazione della propria idea, è un’inversione di paradigma importante, che non tutti colgono. Per chiarirla, vediamo i seguenti due casi ipotetici:

a) Immaginiamo che, per varie ragioni, la nostra idea non funzioni, il mercato non la accoglie e nonostante i nostri tentativi di miglioramento o cambiamento i segnali continuano a essere negativi. In questo caso è importante arrivare il prima possibile a constatare che l’idea forse non è una buona idea, al fine di evitare perdite di tempo, di risorse e di soldi. Qui il fallimento è, in sé, un successo, in quanto prima si chiude con un progetto che non decolla e meno ci si espone a rischi economici etc.

b) Immaginiamo che, invece, l’idea dimostri di funzionare. Ebbene, anche in questo caso è essenziale considerare anzitutto l’esposizione al fallimento. Chiediamoci: quanto mi costa un mio errore? Ad esempio un errore di valutazione sui rischi? O sulla comunicazione? O sul marketing? Avere una buona idea per le mani e sbagliare tempi, modi e investimenti è, in sé, un fallimento nel successo. E più l’errore è grave, più il fallimento è vicino.

Con una battuta: saper valorizzare la gestione e/o prevenzione del fallimento è il vero punto di successo di ogni idea d’impresa.

L’importanza del pensiero “inverso”: il successo

Il successo è anzitutto l’assenza di fallimento

Mi fanno sempre la stessa domanda. Non importa chi siano, da dove vengano o cosa vogliano fare. Prima o poi quella domanda salta fuori.

Sto parlando delle persone che chiedono a me e ai miei colleghi di essere seguite nelle fasi iniziali di valutazione, test e realizzazione della loro idea o progetto.

Il modo in cui mi fanno la domanda cambia di volta in volta, ma il succo resta sempre quello: sapere se li aiuteremo ad avere successo.

Detta così, sembra una domanda legittima, in fondo il nostro obiettivo è proprio affiancare quelle persone nel processo di realizzare della loro idea. Tuttavia, proprio perché è detta così, la domanda è decisamente mal posta e andrebbe piuttosto riformulata rovesciando la prospettiva.

Ho visto troppe volte persone volenterose e smart fallire nell’impresa (ma come? Avevano tutte le carte in regola per riuscirci!) e altre volte persone, a cui a prima vista non avrei dato un centesimo, farcela più o meno brillantemente (sono quei casi che ti danno fastidio se appartieni all’altro gruppo). Quando analizzo ciascuna di queste situazioni, saltano fuori alcune cause, evidenti o meno evidenti, che possono spiegare il perché di un fallimento o di un successo. Ma al di là di queste cause, resta sempre una residuo non spiegabile, una zona non osservabile, che sfugge alle metriche e alle statistiche. Ed è proprio ciò che c’è in questa zona d’ombra che spesso determina il risultato finale.

Sto parlando del caso. O, se preferisci, della fortuna. Con il termine “caso” intendo una serie di eventi fortuiti e non pianificati che incidono positivamente o negativamente sulla nostra vita e sulla nostra attività. Una persona all’inizio incontrata “per caso”, poi diventa l’amore della nostra vita. Una strada imboccata “per caso” o per errore ci porta nei pressi della casa dei nostri sogni. Un viaggio in treno o in aereo, seduti “per caso” vicino a uno sconosciuto che diventerà il nostro socio in affari o il nostro datore di lavoro.

Il caso semplicemente succede… ed è assai suggestivo constatare che il termine “successo” è il participio passato proprio del verbo “succedere”.

Tornando ora alla domanda di cui sopra, avere successo implica una certa dose di fortuna, significa avere il caso dalla nostra. Capire il successo richiede dunque di sapersi aprire a una logica che sfugge alla logica, almeno in parte. Significa saper avere un pensiero che chiamerei “inverso”.

È per questo che, quando i nostri clienti o possibili clienti mi chiedono se penso che la loro idea possa avere successo, io rispondo: non lo so!

Non lo so, perché non sono io a decidere se la tua idea avrà successo, e neppure sei tu. È il mercato. Il mercato che risponde positivamente alla tua idea ti sta dicendo che probabilmente avrà successo. Ma neanche questo basta. Infatti bisogna essere capaci di capire e reagire nel modo più opportuno alle risposte che di volta in volta il mercato ci dà, accettando che alcune cose sfuggano al nostro controllo o a ogni più scrupolosa previsione. È un gioco delle parti, un esercizio dialettico, nel quale il caso resta sempre in agguato. L’elemento imprevedibile che non può essere pianificato, ma che può solo essere constatato a posteriori, nel bene o nel male.

Sì, lo so, tutto questo discorso forse non è ciò che ti aspettavi di leggere. Forse ti aspettavi qualcosa del tipo “le 6 regole d’oro per il successo”…

Beh, non voglio illuderti. Non so quali siano le regole d’oro per il successo, né se siano 6, oppure 4 o 15. Quello che so è che se hai deciso di avviare la tua attività o di investire sul tuo progetto, ti posso dare un unico consiglio: inverti il paradigma. Non voler avere successo, ma equipaggiati al meglio per saper individuare ed eliminare velocemente le possibili cause di fallimento.

Perché ti dico questo? Perché, nonostante i tuoi sforzi, non è detto che tu avrai successo, il caso potrebbe mettersi di mezzo. Ma se dovessi mai avere successo, è essenziale che tu sia preparato a gestirlo e a mantenerlo. Se non lo sei, se non sai osservare, interpretare, cambiare rotta, proporre, reagire nel modo più opportuno, anche il migliore dei successi diventerà un fallimento in poco tempo.

4 libri “vecchi” per imprenditori nuovi (in vacanza)

Un’estate piena di idee… con metodo!

Adattando un noto refrain di una fortunata serie televisiva: Summer is coming. L’estate è alle porte.

Se anche a te, come a me, durante il tempo libero piace leggere, sono sicuro che ti porterai un paio di libri in vacanza, da sfogliare sotto l’ombrellone o la sera, al b&b, dopo una giornata da turista.

Se, poi, sei un nuovo o aspirante imprenditore o imprenditrice, hai un’idea che ti piacerebbe realizzare e trasformare nel tuo lavoro, allora almeno uno dei libri che hai deciso di leggere durante le ferie potrebbe essere tra quelli che qui sotto ti suggerisco (e se non lo è, lasciati ispirare da questi spunti di lettura).

I 4 titoli che ti segnalo forse li conosci già perché hanno sulle spalle qualche anno di pubblicazione, ma è proprio per questo che li ho scelti. Non voglio infatti consigliarti l’ultimo best-seller di moda sul management, né alcun fenomeno letterario sulle start-up, per il quale l’entusiasmo dura il tempo di una gita al mare. No, questi sono libri che continuano a essere dei punti di riferimento per chiunque desideri mettersi in proprio e se li acquisterai resteranno utili a lungo: li leggerai e li rileggerai in cerca di consigli e suggerimenti per realizzare o gestire al meglio la tua idea o il tuo progetto.

Vediamoli assieme.

Eric Ries, Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo.

riesIl libro di Ries ha portato alla ribalta il fenomeno start-up in tutto il mondo. Benché sia stato pubblicato per la prima volta in inglese nel 2011, il metodo Lean (snello) descritto qui è ancora alla base degli approcci strategici più efficaci alle nuove idee d’impresa (non solo le start-up, ma le nuove idee in generale). In sostanza, questo metodo si fonda su un processo in tre fasi e continuamente iterabile: costruire, misurare, imparare. Ogni nuova idea, affinché funzioni, deve essere sostenibile dal punto di vista economico, il che significa riuscire a trovare la chiave del felice incontro tra essa e la soddisfazione delle esigenze dei clienti. Per arrivare a questo è necessario anzitutto sapere come trasformare la propria idea (che fino a prova contraria resta un’ipotesi non confermata) in un prodotto/servizio che funziona, adattandola e migliorandola alla luce di sperimentazioni mirate sul mercato di riferimento (che forniscono la conferma o la smentita della bontà della nostra idea). Misurare i progressi, definire gli obiettivi e dare le giuste priorità sono alcune delle attività principali necessarie per mettere a punto in modo efficace una configurazione minima del prodotto/servizio, che ci consenta quanto prima di avere delle entrate economiche significative a fronte del minore investimento possibile. Una volta che la lettura ci ha condotti fino a questo punto, ovvero al momento della sostenibilità economica, l’ultima sezione del libro affronta la tematica dello sviluppo e della crescita dell’attività che abbiamo avviato, chiudendo in tal modo la trattazione relativa alla fase di realizzazione dell’idea e introducendoci alle logiche dell’impresa vera e propria.

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Ash Maurya, Pianificazione snella. Come realizzare un piano per una start-up che funziona senza dissipare tutte le risorse.

mauryaSe Eric Ries offre ottimamente un orientamento complessivo su come gestire la nostra idea, il libro di Ash Maurya, del 2012, entra più nello specifico del processo strategico di realizzazione, proponendo uno strumento semplice ma utilissimo: il lean canvas. Si tratta di uno schema asciutto e molto intelligente, composto da 9 sezioni, attraverso il quale potremo strutturare e tenere d’occhio il modello di business della nostra idea, testando al contempo la coerenza intrinseca tra le sue varie parti. Dalla definizione di chi sono i nostri clienti di riferimento, al vantaggio competitivo della nostra idea rispetto tutte le altre simili. Dal capire quali sono i canali ottimali di diffusione, all’identificazione dei rischi. Fino alla formulazione di una proposizione di marketing convincente e così via. Utilizzando correttamente il lean canvas capiremo se la nostra idea risolve davvero un problema esistente o percepito e se il conseguente prodotto/servizio incontra o meno il favore del mercato. Tutto ciò al fine di realizzare una configurazione minima di prodotto/servizio che i nostri clienti apprezzino e dunque acquistino.

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W. Chan Kim e Renée Mauborgne, Strategia Oceano Blu. Vincere senza competere.

kimBenché questo libro, uscito per la prima volta nel 2005, sia rivolto per lo più alle aziende già strutturate, da esso possiamo nondimeno trarre importanti suggerimenti anche per la nostra idea in fase di realizzazione. La metodologia Oceano Blu, infatti, ci aiuterà a individuare quali sono i più significativi vantaggi competitivi contenuti nel nostro prodotto/servizio (che dai due libri precedenti abbiamo imparato a sviluppare in modo strategico, contenendo costi e rischi). Lo scopo di questo libro è di insegnarci a sottrarci il più possibile alle dinamiche della concorrenza diretta (definite Oceano Rosso), trovando piuttosto vie alternative per acquisire, consolidare o allargare la nostra fetta di mercato. Il metodo si fonda su uno schema semplice in 4 elementi, da applicare dopo opportuna valutazione della propria idea e dei concorrenti: eliminare-ridurre-aumentare-creare. Eliminare le parti non funzionali, dispendiose o controproducenti. Ridurre le parti che sono state sovrastimate o sviluppate oltre il necessario. Aumentare le parti sottostimate o poco sviluppate ma il cui incremento può determinare un effetto positivo sul cliente in termini di fiducia, apprezzamento etc. Creare o aggiungere nuove parti o caratteristiche che contribuiscano a una più solida attribuzione di valore all’idea o al prodotto/servizio da parte dei clienti. Alla fine di questo percorso avremo saputo strutturare la nostra attività in modo tale da trovarci, per usare la metafora del libro, in un bel oceano blu, libero il più possibile dagli squali della concorrenza.

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Ben Horowitz, The hard thing about hard things. Building a business when there are no easy answers.

horowitzQuesto è un libro in inglese. Pubblicato nel 2014, non c’è ancora una traduzione italiana, ma è talmente fondamentale che te lo consiglio ugualmente. È una guida per aspiranti CEO scritta da uno dei CEO più di successo degli ultimi 20 anni. Chiunque si definisca CEO (e la tentazione a quanto pare è venuta a tanti, considerando ad esempio quanto possiamo leggere sui profili LinkedIn di molti startupper, che evidentemente confondono il ruolo di founder con quello di CEO) e chiunque sia in procinto di, o aspiri a, avviare la propria attività, grande o piccola che sia, dovrebbe leggere questo libro. Senza fronzoli e senza imbellettature Horowitz parte dalla propria esperienza personale e affronta con lucidità e intelligenza tutti gli aspetti problematici della vita di un imprenditore. Vi troverai consigli illuminanti e molto pratici su come affrontare la comunicazione con i collaboratori o i dipendenti, su come gestire i rapporti con e tra il personale, come assumere, promuovere o licenziare, come guidare l’azienda nei momenti di difficoltà, come prendere decisioni efficaci e molti altri suggerimenti che ti daranno un’idea concreta di cosa significa essere (e non semplicemente fare) un imprenditore. Se l’inglese non ti spaventa, gli aneddoti non mancano e la lettura è assai scorrevole e avvincente.

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…e buona lettura!

A Pordenone “Inventarsi un Lavoro, Oggi”: laboratorio “ibrido” per chi vuole mettersi in proprio

Da fine maggio un mese di formazione teorico-pratica innovativa

Viviamo in un’epoca storica nella quale sempre più il lavoro, oltre che cercarlo, va inventato. Stando alle più recenti analisi sul mercato del lavoro (dati Istat marzo 2018), infatti, se da un lato in Italia si registra un incremento degli occupati (+190mila rispetto a un anno fa), dall’altro l’aumento dei lavoratori dipendenti riguarda esclusivamente contratti a termine (+323mila), soprattutto in settori a basso grado di qualifiche, mentre sono sempre meno gli indeterminati (-52mila). Inoltre, ci sono sempre più persone che perdono il lavoro nella fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, soprattutto donne (-246mila occupati in un anno).
L’aumento dei contratti determinati offre senz’altro una boccata d’aria temporanea, ma non risolve il problema della stabilità sul medio-lungo periodo, costringendo gli assunti a termine a rimettersi in gioco una volta concluso il rapporto di lavoro corrente. È forse per questo che negli ultimi mesi s’inizia a registrare un trend positivo sul lavoro indipendente: nonostante il forte scarto su base annua (-81mila), tra febbraio e marzo di quest’anno, dei 62mila nuovi occupati ben 56mila sono lavoratori autonomi. Tuttavia anche in questo caso permane un clima di incertezza: l’Economic Outlook 2018 (Randstad) ci dice infatti che il 64% dei dipendenti vorrebbe avviare una propria attività, ma rinuncia perché considera troppo alto il rischio di fallimento.

Anche il Friuli Venezia Giulia si allinea a queste tendenze. Dal rapporto 2017 su economia, innovazione e lavoro in Fvg emerge infatti che l’anno scorso la percentuale di contratti indeterminati era del 7,6% sulla forza lavoro attiva, mentre i determinati sfioravano il 46%. Inoltre, sono esplosi i “lavoretti”: i lavoratori cosiddetti intermittenti nel 2017 erano il 6% (con un incremento del 222,6% rispetto al 2016: da 4.400 a 14mila). In questo panorama non molto rassicurante, però, la nostra regione vanta un dato positivo, ossia un aumento sensibile degli autonomi, che nel 2017 registrava un +9,6% su base annua, portandoli complessivamente a più di 105mila. A fronte dunque dell’esigua offerta di contratti a tempo indeterminato, come soluzione alla ricerca di un lavoro i dati ci dicono che i friulani scelgono sempre più di affacciarsi al mondo della nuova imprenditoria e auto-imprenditorialità, con forte tendenza alle nuove professioni, e questo sembra essere un trend in significativo consolidamento, non solo in regione, che merita di essere osservato da vicino.

Cosa succede a Pordenone?

Chi si vuole mettere in proprio oggi, infatti, deve sempre più considerare con attenzione alcune problematiche strategiche, in special modo: avere o trovare un’idea che sia davvero competitiva nel mercato attuale, saperla sperimentare e realizzare minimizzando i rischi e i costi d’avviamento e saper sviluppare le giuste attitudini imprenditoriali. Proprio per rispondere a queste esigenze, per cui non è semplice trovare formazione adeguata e completa, a Pordenone è in partenza a fine maggio il laboratorio teorico-pratico “Inventarsi un Lavoro, Oggi”, nel quale i partecipanti acquisiranno gli strumenti più attuali e gli approcci strategici più efficaci per individuare, valutare e realizzare la propria idea professionale o di impresa. Il laboratorio utilizza una metodologia unica nel suo genere, unendo in modo “ibrido” la dimensione dell’aula fisica con quella virtuale a distanza, ed è progettato per mantenere sempre uno spiccato carattere addestrativo. Con particolare attenzione alle aspirazioni personali e forte aderenza alla realtà e ai casi studio del nostro tempo, i partecipanti saranno guidati attraverso esercitazioni e simulazioni sia individuali che di gruppo>, utili per potenziare l’apprendimento attraverso l’esperienza.

Mercoledì 16 maggio assieme agli altri ideatori del laboratorio, Fabio Boltin (formatore esperto in problem-solving, decision-making, apprendimento rapido e tecniche di generazione delle idee) e Livio Vivanet (trainer e strategist per la nuova imprenditoria), incontreremo a Pordenone tutti gli interessati in una serata gratuita di presentazione presso la Fondazione Bambini e Autismo, via Vespucci 8/A (posti limitati, prenotazione a questo link Eventbrite).

Info: https://www.lavoroestudio.com/inventarsi-un-lavoro-oggi. Contatti: info@mindplus.it, 3472976234 (Fabio Boltin).

A Pordenone il lavoro si inventa, anche in aula virtuale

Precorrere piuttosto che rincorrere

Viviamo in un’epoca, nella quale il lavoro non è più quello di una volta.

Non mi riferisco solo al fatto che molti lavori di un tempo oggi non ci sono più o sono svolti da macchine. E non mi riferisco neanche al fatto che oggi ci sono lavori nuovi, per i quali servono nuove competenze, come ad esempio nel campo fortemente innovativo dell’informatica e affini.

Mi riferisco invece ai modi e ai metodi, ovvero a ciò che serve affinché il lavoro, qualsiasi lavoro, sia fatto bene. I nuovi scenari che dobbiamo affrontare oggi, in parte dovuti alla forte introduzione di tecnologie sempre più avanzate in ogni settore lavorativo, spingono infatti a ripensare il modo in cui si affronta il lavoro, soprattutto se si tratta di lavoro in proprio.

Facciamo un esempio semplice: il web.

Se appena 20 anni fa bastava tirar su la saracinesca del proprio negozio, esporre qualche locandina con le offerte e allestire una vetrina allettante per attrarre clienti e passanti (sì, era comunque dura, ma ce la si faceva bene), adesso i clienti e i passanti sono in rete. Ed è dunque in rete che bisogna tirar su la saracinesca se si vuole avere visibilità.

Tuttavia, se da un lato la rete offre un’occasione mai vista prima, ovvero la possibilità di raggiungere virtualmente tutto il mondo, dall’altro espone anche a una pressione altrettanto nuova, ovvero il peso della competizione globale con le mille altre attività che fanno la stessa cosa o propongono lo stesso servizio.

Ciò per dire che se cambiano gli strumenti (dalla locandina cartacea al web), cambiano anche gli usi e le logiche di utilizzo.

Intendiamoci, l’esempio del web è solo un esempio, che in quanto tale ci porta però al punto che vorrei sottolineare qui: considerare come lavoriamo oggi o, meglio, come dovremmo affrontare il lavoro oggi. Secondo quali strategie, alla luce di quali osservazioni, facendo ricorso a quali pratiche o metodi.

Sono infatti proprio le strategie, le osservazioni e le pratiche a fare la differenza, soprattutto in un momento storico come quello attuale, nel quale per necessità o per passione il lavoro sempre più bisogna inventarselo o reinventarselo, al fine non solo di contrastare la disoccupazione o restare al passo coi tempi, ma anche di realizzare sé stessi, trovando una collocazione personale e soddisfacente in una società in forte mutamento. Si potrebbe proprio dire, con Seth Godin nell’immagine di testata di questo post, che “Il lavoro non è raggiungere lo status quo, il lavoro è inventare lo status quo”.

È proprio per questi motivi che Fabio Boltin (formatore esperto in problem-solving, decision-making, apprendimento rapido e tecniche di generazione delle idee), Livio Vivanet (trainer e strategist per la nuova imprenditoria) ed io abbiamo organizzato a Pordenone un’iniziativa che si propone di affiancare e orientare i partecipanti attraverso le strategie, le osservazioni e le pratiche utili per inventarsi o reinventarsi un lavoro.

Si tratta di un laboratorio teorico-pratico — svolto in parte a Pordenone, in aula fisica, e in parte on-line, in aula virtuale GoToMeeting —, che non a caso abbiamo chiamato “Inventarsi un Lavoro, Oggi”.

Se desideri saperne di più, ci puoi incontrare di persona il 16 maggio alle ore 20.30 in via Vespucci 8/a a Pordenone (l’entrata è libera ma i posti sono limitati ed è necessario prenotarsi; prenotazioni a questo link).

Inventarsi un lavoro, oggi

Siamo tutti un po’ Archimede Pitagorico

Ti avviso subito che qui farò pubblicità.

Pertanto, decidi pure tu se continuare a leggere e scoprire cosa sto pubblicizzando, oppure chiudere questa pagina e ritornare a ciò che stavi facendo prima.

Se hai deciso di continuare, adesso ti do due opzioni:

1. puoi andare direttamente a questo link e leggere adesso quello che c’è scritto lì,

2. oppure puoi restare qui con me, leggere quello che ti scrivo qui e poi andare al link.

Bene, se hai scelto la seconda opzione, ecco cosa voglio dirti…

Parliamo di lavoro, oggi

Tutti sanno che l’articolo 1 della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo articolo, confesso, mi ha sempre suscitato un sentimento contrastante, a metà strada tra il senso lirico e forse nostalgico di un’epoca aurea, che potrei grossomodo identificare con il secondo dopoguerra, e una sorta di disagio diffuso, perché il lavoro non può che essere in sé un mezzo, uno strumento (anzi, uno dei tanti strumenti) attraverso il quale realizzare sé stessi. Come tale, trovo poco rassicurante che una democrazia sia costitutivamente fondata su un mezzo, piuttosto che aspirare a un fine. I mezzi o gli strumenti, infatti, possono anche passare di moda o diventare obsoleti, i fini, invece, restano e dirigono le nostre azioni.

Ma mettiamo pure da parte le mie idee personali perché non voglio qui dar seguito ad alcuna polemica postuma con i nostri illuminati padri costituenti. Accolgo piuttosto con spirito propositivo questo primo articolo della Costituzione e cerco di capirne il portato.

Con spirito propositivo… e osservante.

Eh sì, perché se osserviamo ciò che sta succedendo oggi, e non serve certo un analista per accorgersene, vediamo che il lavoro si accompagna spesso a delle problematicità nuove e specifiche di questo momento storico. Il mondo del lavoro sta cambiando velocemente, al punto che non sempre siamo in grado di restare al suo passo. Come esempio, pensiamo solo al concetto di “posto fisso”, che se fino a una manciata di anni fa era una condizione tutto sommato comune sia nella pubblica amministrazione sia nell’impresa privata, adesso lo è sempre meno.

Sarà anche per questo motivo che di recente, e in un modo che storicamente non ha precedenti, sta crescendo considerevolmente il fenomeno della cosiddetta “auto-imprenditorialità”. Parole come new business, start-up etc. sono di fatto entrate nell’uso comune e tra le nostre espressioni quotidiane.

Gli esempi di giovani laureati che avviano una start-up oppure di disoccupati che s’inventano una nuova attività, spesso come unica alternativa alla perdita del lavoro, oramai sono assai numerosi. Così come sono numerosi gli esempi di persone che ripensano in modo innovativo la loro professione per far fronte alle sfide sempre più impegnative della competitività e dei mercati.

Insomma, a me pare che la cifra comune a tutti questi slanci propulsivi nel mondo del lavoro oggi sia la creatività o, forse ancora meglio, l’invenzione. Il termine “invenzione” mi piace molto. Lo considero gravido della genialità tecnica di Archimede Pitagorico, l’eccentrico amico di Paperino e zio Paperone, e dell’industriosità intellettuale degli spiriti rinascimentali, che sapevano coniugare abilmente tra loro, e in una visione complessa ma equilibrata, aspetti umanistici e scientifici.

Sempre più, oggi, il lavoro non si cerca, ma si inventa. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che assieme a due colleghi ho messo a punto un laboratorio “ibrido” per aspiranti imprenditori (e non), nel quale impareremo assieme come si genera una buona idea imprenditoriale, come la si sperimenta a basso costo, come la si realizza contenendo il più possibile i rischi d’impresa e quali sono le attitudini che un imprenditore dovrebbe avere oggi.

Il laboratorio si chiama Inventarsi un lavoro, oggi e se questi argomenti ti stuzzicano e ti interessa sapere cosa significa che il laboratorio è “ibrido”, il 16 maggio a Pordenone organizzeremo un incontro di presentazione.

Se vorrai essere dei nostri, sarà un piacere incontrarti e conoscerti.

E per leggere in anteprima i contenuti e il calendario del laboratorio, puoi dare un’occhiata al link che ti ho segnalato sopra.

La mia banca è differente (magari)

Cause ed effetti: saper avere una visione allargata

Avrai senz’altro notato che il titolo di questo post ricalca una famosa pubblicità delle BCC (Banche di Credito Cooperativo). Non l’ho fatto a caso, ma c’è una ragione e la scoprirai qui sotto.

Inizio intanto col dire che oggi ti vorrei parlare di due conversazioni che ho avuto con due persone diverse e in due Stati diversi.

L’argomento di entrambe le conversazioni era: le banche. Anzi, due banche… differenti.

Conversazione 1

Nel 2012, mentre mi trovavo a Dublino, tra una visita alla sede di Facebook e una pinta di Galway Hooker, mi è capitato di conoscere diverse persone, tra cui un ragazzo, assieme al quale una sera mi sono attardato in una piacevole conversazione.

Cercavo d’informarmi sulla situazione imprenditoriale in Irlanda, domandavo di start-up, chiedevo informazioni sulle sedi dei grandi colossi internazionali insediati a Dublino e dintorni. Tutto rapito dalla descrizione delle meraviglie delle agevolazioni fiscali e della snellissima burocrazia per l’avvio d’impresa, capitò che una particolare affermazione del ragazzo con cui stavo conversando mi passò davanti, quasi totalmente inosservata. Per fortuna, “quasi”, e non “del tutto” inosservata.

Ricordo infatti che mi disse che la sua banca stava organizzando degli incontri gratuiti di orientamento per i correntisti, aspiranti imprenditori o startupper alle primissime armi. Lo scopo di questi incontri era fornire ai partecipanti degli strumenti strategici utili affinché non (e sottolineo NON) presentassero richieste di finanziamento alla banca stessa. O meglio, lo scopo era di trasmettere una conoscenza teorica e una capacità pratica nel gestire l’avvio d’impresa, che permettessero ai partecipanti che ne avessero sentita la necessità d’inoltrare richiesta di finanziamento in modo consapevole e (sperabilmente) solo se davvero necessario.

Questo, nella visione – lasciatemi dire – lungimirante della banca, aveva due principali effetti.

  • Da un lato, evitava all’istituto di credito di dover prendere in considerazione e alla fine rifiutare quelle richieste che fossero state non accettabili, procedura che consuma diverso tempo e risorse.
  • Dall’altro lato, forniva un vero valore aggiunto ai correntisti, che durante gli incontri imparavano a gestire le loro idee di business, e le eventuali esigenze economiche, con metodo e non in modo, diciamo così, sprovveduto o aprioristico.

Una politica da win-win, ossia, entrambi vincitori: i correntisti imparavano a gestire l’avvio senza esporsi economicamente su idee d’impresa la cui bontà non era confermata, la banca evitava il rischio di un credito difficile da recuperare.

Siccome all’epoca mi occupavo di sistemi di Advanced Planning and Scheduling (APS), in buona sostanza ottimizzazione in tempo reale della produzione manifatturiera, la mia attenzione non si soffermò troppo su questa parte della conversazione. Ne ho memorizzato solo alcuni dati – che ti ho appena raccontato – e non altri. Ad esempio, tra le cose che non ricordo c’è il nome della banca in questione… peccato.

Conversazione 2

Qualche tempo fa ho incontrato un conoscente che lavora in una BCC, ovvero in una di quelle banche che “è differente”. Siccome stavamo entrambi davanti a una pinta di birra (ciascuno), per un’associazione del pensiero mi sono a un tratto ricordato della conversazione che ebbi a Dublino e così gliene parlai. Giacché, poi, oramai da anni assieme ai miei colleghi mi occupo di strategie di avvio di piccoli/micro business e start-up, non appena il mio interlocutore mi disse di non essere familiare con questo approccio e che la sua banca non aveva mai svolto orientamenti come quelli proposti dalla banca irlandese, ho preso l’occasione al volo e arricchito il mio resoconto con alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza.

La considerazione più importante riguardava la contaminazione dei settori e delle competenze.

Le banche in Italia, che io sappia (ma essere smentito su questo mi renderebbe felice), organizzano incontri dedicati per lo più alla gestione delle finanze personali, alla convenienza dei pacchetti finanziari, al rischio finanziario etc. Insomma, tutti argomenti utilissimi, ma strettamente legati agli interessi specifici della banca e, come effetto, dei correntisti e dei loro soldi.

L’esempio della banca irlandese, invece, è davvero differente.

Invertendo la prospettiva, va in una direzione diversa: fornire ai correntisti business una formazione che fosse utile anzitutto alla loro attuale o futura attività, mettendoli in grado il più possibile di saper rispondere, nella pratica e non solo sulla carta, a domande strategiche come, è la mia una buona idea?, ho davvero bisogno di un finanziamento?, quanto la mia idea è sostenibile?, etc. In altre parole, non solo finanza, ma vero sostegno strategico. Ovviamente, e qui sta la forza della visione d’insieme, avere correntisti più consapevoli sullo stato dell’arte della propria attività è utilissimo anche alla banca stessa. Si evita così il più possibile di dover processare richieste “disorientate”, per non parlare del fatto che aiutare i correntisti con un’attività a consolidarla ha spesso l’effetto di consolidare anche le entrate, che finiscono dritte a rimpinguare i conti correnti.

Conclusione

Prendersi cura dei propri clienti significa capire le loro esigenze e proporre una valida soluzione.

Essere più bravi degli altri in questo significa saper pensare a una soluzione che agisca sulle cause e non sugli effetti.

Eccellere, invece, è riuscire a dare una soluzione che faccia contenti i clienti e al contempo, senza vendere nulla in modo diretto, susciti naturali e più ampie ricadute positive anche sulla propria attività (quale che essa sia).

Postilla

Se per caso hai letto questo post fino a qui e incidentalmente lavori in una banca, contattami pure: possiamo pensare assieme a una soluzione, snella ed efficace, come quella proposta dalla banca irlandese.